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"La Memoria al di là del Mare", Di Devis Bellucci, Giraldi Editore (2007), ISBN 978 - 88 - 6155-120-6
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September 14 Uno stralcio del mio articolo attualmente on_line"Il suo romanzo è roba grossa"
Viaggio - a pagamento - nel mondo dei piccoli editori
Perfetto. Una prosa orribile proprio come l'avevo sempre desiderata. Per vincere l'insicurezza, mi ero dissipato in errori ortografici sodomizzando per bene la lingua di Dante. Ho riletto la storia assicurandomi che fosse banale, sciatta, con una trama imbarazzante sostenuta da un po' di sesso descritto male. In una settimana è nato il mio “Troppo azzurro per il cielo”, storia inconcludente che ho scritto lottando col sonno mentre il correttore di word impazziva.
Dopo una ricerca su internet, ho scelto una ventina di piccole e medie case editrici e ho imbastito (male) una sinossi del mio lavoro, impegnandomi a disporre i congiuntivi come capita. Una porcheria, con almeno un tentativo di plagio. Soddisfatto, ho preparato tutti i plichi e li ho inviati alle case editrici. La prima casa editrice, milanese, sito internet sontuoso, mi risponde dopo un mese via mail. Mi spiegano che il mio lavoro li ha colpiti. Fin qui, può anche starci. La storia è originale, ben scritta, adatta alla loro linea editoriale. Strano perché nel mio romanzo non accade nulla per le cento pagine della sua durata. Mi offrono un contratto di edizione. Rispondo lusingato, dicendo però che non posso andare sino a Milano in tempi brevi a firmare. Non serve, dicono. Basta inviare la copia del contratto firmata via fax. Ed ecco il contratto: pubblicano il mio lavoro nella loro collana più prestigiosa in cinquecento copie, quattrocento delle quali mi saranno recapitate entro tre mesi. Il tutto per un misero contributo di tremila Euro. Le rimanenti cento copie le avrebbero gestite loro, riservandole a giornalisti, televisioni e ai librai che ne avessero fatto richiesta. Incredulo, esterno i miei dubbi, spiegando che non avrei saputo che farmene di tutte quelle copie, e che senza distribuzione il mio bellissimo romanzo non sarebbe arrivato da nessuna parte. Mi rispondono con una mail sarcastica, il cui succo è “abbassiamo la richiesta a tremila Euro”. Io chiedo perché dovrei pagare se il mio lavoro è così straordinario. Loro rispondono che al giorno d'oggi anche Dostoevskij dovrebbe pagare per veder pubblicato “Delitto e Castigo”, è la prassi, sono loro che mi stanno facendo un regalo. La seconda proposta arriva una decina di giorni dopo, sempre via mail. Il mio romanzo è giudicato “interessante e dai risvolti inaspettati, piacevole alla lettura, ben orchestrato”. Ne sono felice, mi sento bene per tanti complimenti. Segue proposta di pubblicazione. Mi chiedono duemila Euro e verranno stampate trecento copie, cento per me e le rimanenti per i librai, i giornalisti e compagnia bella. Mi spiegano che anche Pasolini ha dovuto pagare la pubblicazione all'inizio della carriera, figuriamoci Daniele Bartolini, cioè il mio pseudonimo. “Va bene, ha dovuto pagare. Ma voi avete una distribuzione? Il mio libro avrà il codice ISBN, vero? E finite queste copie, che si fa?”. Mi spiegano che reperire il testo sarà facilissimo anche senza ISBN: basterà telefonare alla casa editrice o mandare una email o un fax. Bello. Peccato che non funzioni così: le librerie si rivolgono ai distributori per gli acquisti e sono i distributori che informano le librerie delle nuove uscite. Così facendo nessuno leggerà mai il mio “Troppo azzurro per il cielo” e avrò buttato via un sacco di soldi. Dall'altra parte nessuno ha più niente da dire. Avevo visto, su un noto quotidiano nazionale, il bando per un premio letterario i cui vincitori sarebbero stati inseriti su un'antologia. Tra l'altro quel bando esce tuttora, almeno una volta alla settimana e alle spalle c'è una poco nota casa editrice fiorentina. Mandai il mio lavoro e mi risposero dicendo che il romanzo era buono e pieno di spunti di riflessione, ed erano “onorati” di poterlo dare alle stampe. Se avevo pronta una foto per la copertina potevo inviarla, unitamente a un file con la mia biografia, ossia “barista dal 1998 ad oggi”. Naturalmente, seimila Euro per cinquecento copie, nessuna distribuzione e partecipazione a non ben specificati premi e concorsi nazionali. “Questa è la prassi per i piccoli autori, si ritenga fortunato”. Mi sentivo fortunato, ma rifiutai. Ma qualcuno aveva letto le panzanate che avevo scritto? Così arrivò la chiamata da Viareggio. Per la prima volta il contratto aveva una durata temporale – due anni – e non si esauriva con la consegna delle copie a casa mia. Avrebbero stampato le consuete cinquecento copie – dev'essere una cifra concordata – e mi chiedevano duemila Euro di contributo. Questa volta mi avrebbero lasciato solo trenta copie; le altre erano per le librerie “del circondario” che ne avessero fatto richiesta. Su internet scoprii che la casa editrice distribuiva autonomamente in sei o sette librerie locali e morta lì. Una piccola rivincita l'ho avuta in giugno, quando mi hanno scritto da Roma. Il mio “Troppo azzurro per il cielo” era una storia “sincera e scritta con passione, ironica e di sicuro impatto, tuttavia...” e qui finalmente Dio esiste “si consiglia un editing migliorativo”, dunque qualcuno aveva dato un'occhiata critica al mio romanzo, scritto coi piedi e forte di una sintassi al confine col dialetto bolognese. Mi proposero di stampare il libro in cinquecento copie – non avrei mai detto – chiedendomi quattromila Euro, cinquemila con l'editing, che restava comunque facoltativo, bontà loro. Anche qui il contratto si esauriva con la pubblicazione, veniva promessa ampia diffusione sui media senza specificare chi e come, e la parola distribuzione era un tipo di protesi dentaria. Ho rifiutato a malincuore, perché l'editore, al telefono, andava dicendomi:“Guardi, si fidi di me. Il suo romanzo è roba grossa. Una ritoccata e andrà alla grande”. [...]
Devis Bellucci
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Tellusfolio.it August 11 Dal MessicoE l'unita' di misura diventa le dodici ore. Perche' in questo viaggio nessun luogo sembra piu' vicino di dodici ore. La strada corre, attraversa inchiostri sempre uguali e luminosi per chilometri e chilometri, e ti addormenti, ti svegli, cammini, ti riprendi, guardi, non cambia nulla, la strada diritta, vanno le ore e scende il sole. Io alzo il libro e lo abbasso, m'ipnotizzo per trecento minuti a fissare il seggiolino accanto al mio, conto le persone, guardo le persone che entrano ed escono. Da Citta' del Messico verso Nord prendono subito forza i Fichi d'India, sembrano alberi mostruosi ma hanno bei fiori dolci e frutti ancora piu' belli, e le donne li pelano uno alla volta sui gradini degli acciottolati silenziosi, senza pretesa. Quasi venti giorni per raggiungere il confine con gli Stati Uniti, quell'El Paso in mezzo ad un deserto che non e' un deserto, e' solo montagne d'oro in assenza d'acqua - eh, di acqua non ce n'e' proprio - tre ore piu' a Nord della grande Chiuahua, citata diverse volte anche in On the Road come "vedevo oltre il confine quelle luci lontane nel nulla, e la sierra che di giorno ha nebbia sulle cime piu' alte".
E' vero. La sierra non solo ha nebbia sulle cime piu' alte, ma le cime piu' alte sono spesso verdi, mentre dalla cintura del monte in basso comincia la terra tutta uguale. Ho attraversato questa terra nel modo piu' spettacolare, attraverso la Ferrovia Chiuahua - Pacifico, 700 km tra ponti e gallerie attraverso il Barranca del Cobre su mondi stupefacenti e intatti di roccia e acqua e pinete, partendo dal Mar di Cortes sino ai 2500 metri di Creel. Qui non capisci bene dove sei. Forse un po' Far West, un po' sogno, un po' grandi cappelli e cavalli selvaggi nei fiumi, con le notte fredde e piovose e il giorno assolato che spacca le pietre e ravviva l'erba. Ce n'e´ voluta per arrivare sin qui, il nord del Messico e' proprio antipatico e duro a cambiare, ma avevo letto una frase di non ricordo chi, che diceva: "Chi conosce la polvere del Messico non avra' pace altrove" e allora sono salito.
Ora sono di nuovo "in basso", quasi duemila km da quei luoghi, ma non mi lamento: Taxco, da dove scrivo, e' carina, tutta bianca, piena di fiori e coi tetti di cotto. Mi ricorda tanto Cordoba e allora la nostalgia si fa sentire. Me ne frego. Quando arriva la nostalgia c'é sempre la cioccolata. Certo e' che a viaggiare da soli si apprezza il valore del silenzio. Tante volte il silenzio e' pieno di cose che accadono.
Via abbraccio tutti, e riprendo il viaggio salendo a Mexico City.
July 07 AggiornamentiMettere il punto, per quanto mi riguarda, non è poi una gran soddisfazione. Non mi piace per niente chiudere i capitoli e le storie di solito mi sfuggono di mano appena le libero. Sentire a un certo che non si ha più nulla da dire su una certa faccenda è necessario, ma non bello. Naturale, ma non bello. Io, poi, non sono mai andato avanti né per obiettivi né per traguardi, vado avanti e amen e mi dispiace che la vita duri così poco e non se ne abbia un’altra per fare l’esploratore, una per fare l’attore di teatro e una per non fare nulla dalla sera alla mattina in un logo bianco pieno di gente che si comporta uguale. Quattro anni fa, scrivendo “La memoria al di là del mare” – ero nel pieno del parto – avevo immaginato una trilogia. L’hanno fatta tutti una trilogia, chi sono io, il diverso? Facciamola, mi sono detto. E ho pensato tre argomenti correlati. Il primo era la memoria, il romanzo è finito, c’è, ci sono voluti sei anni e il capitolo si è chiuso. Gli altri due argomenti non ve li dico, ma all’inizio del 2006 ho cominciato a scrivere il secondo. Volevo anche i tre lavori fossero stilisticamente differenti e intimamente simili, e segnassero in tre tappe un passaggio dall’immaginario, ossia dal realismo magico, al reale, passando per la via di mezzo. Carina come idea, ci sarebbero voluti quasi dieci anni in tutto, ma carina. Lo presi come un augurio. A Roma, in gennaio di quest’anno, ho terminato il secondo romanzo che vedremo fuori l’anno prossimo, spero. Di solito mentre finisco una cosa ne comincio un’altra e mi sfogo con una terza. La migliore forse resta quella che penso e basta, e non realizzo mai. L’altra sera, a casa mia, ho letto ad un’amica l’ultimo dei tre lavori, quello che ha la speranza di chiudere il ciclo e farmi dire “non ho altro da aggiungere su questa faccenda”. L’ultimo capitolo è quello del “reale”, perché desideravo una trilogia che per stile e temi trattati andasse dall'immaginario – primo lavoro – al reale, l'ultimo. Si capisce davvero che è finito, nulla da precisare. In realtà la prima stesura è diversa da quella definitiva. Mi manca d’immergerlo nel deserto. Certe volte la fantasia può sopperire alla realtà, ma non è questo il caso. Ci vuole un po’ di sabbia tra quelle pagine, bisogna che a scuoterlo venga fuori, sabbia rossa color biscotto, sabbia e asfalto, anche quello, asfalto. Insomma, il deserto. Deserto fuori e deserto dentro come i capitoli che chiudono le vicende e ne preparano altre. Come i capitoli silenziosi che aspettano la pioggia. Sono in procinto di partire per attraversare alcuni deserti epici, una volta tanto si va via da soli. Mi hanno detto che andando in quei posti non si trova che roccia e sabbia e cactus e sale e montagne per duemila km. Bene, ho proprio tempo di fare duemila km. Ci vivono i nativi americani, quelli che portano nel cuore la tradizione e la filosofia. Hanno detto che mi ospitano. Io, che mi fido poco, ho preparato da dormire senza che mi ospiti nessuno. Loro hanno insistito, ok, vengo. Poi vi racconto. Come ci arrivo? Questo era una problema, ma ultimamente mi sono buttato sulla letteratura americana, Ginsberg, Ferlinghetti, Fante… Mi hanno spiegato che per andare a Nord basta mettersi al collo un cartello con scritto “Los Angeles” e aspettare sulla strada spellata e fiancheggiata dai sassi. Ci sono le tombe molto suggestive di chi cercava l’oro, le ferrovie insabbiate, le stazioni senz’acqua, in realtà tutto s’è insabbiato. Così prendo quel volo per Città del Messico e mi metto al collo il cartello diretto al Muro della Tortilla, in autostop, da solo. Dirò molte cose: sarò un giornalista, un medico, un esule, un prete… in modo che la mia compagnia sia il più piacevole possibile. In fondo, senza la grazia d’essere uno straniero e l’accoglienza di chi mi apre il camion non ce la farei mai. Prometto che vi racconto. Prometto che non perdo un chicco di quella sabbia che s’infila nelle pagine. Ah… grazie a tutti! Questa settimana “La memoria al di là del mare” ha esaurito la prima edizione ed è uscita la seconda, riveduta e corretta dopo un faticoso lavoro di ristrutturazione del testo. Un abbraccio Devis June 13 Grazie Vie! Che carina, Vie (http://sefossesolounsogno.spaces.live.com/) mi ha dato il premio Brillante Webblog Grazie! June 11 Riporto un articolo appena uscito: Spargendo Musica e Parole sui TreniSpargendo Parole e Musica sui Treni
Com'è nato un viaggio musical-letterario
di Devis Bellucci (lo scrittore) e Christian Carlino (il musicista)
È nato tutto perché sono cresciuto a scatolette e interRail. Mi dispiace che l'interRail stia morendo, visto che oggi costa molto meno attaccare sei o sette voli low-cost e andare con dieci Euro e due ore da Lisbona a Londra, mentre io ci impiegavo quattro giorni. Il fatto è che nel treno i messaggi restano. Mi diceva un amico writer: scrivi sui fianchi dei treni. Le tue parole e le tue immagini arrivano ovunque. Quell’amico mi aveva dato un buono spunto. Ho ripensato a come è nato il mio romanzo, “La memoria al di là del mare” (Giraldi Editore). È nato in viaggio, andando in giro senza fretta. Mi sono rivisto a San Paolo, in Brasile, in quella notte che pioveva e i cani erano fuori di testa. Mi sono rivisto sui treni della Spagna, del Portogallo, della Francia, attraversando l'Europa a scrivere in posizioni scomode col sole che batte o alla luce sporca del neon. Lì ho buttato giù tutta la storia e immaginato le nebbie di Label, la terra fantastica in cui sono ambientate le vicende. Poi il libro è uscito e, pensando che l’aria dei convogli potesse fargli bene, ho deciso di riportare a casa la storia. Un'idea un po' bookcrossing, un po' artista di strada, un po' accattone. Ho scelto alcuni frammenti del mio romanzo, i più poetici, li ho stampati su carta oppure li ho riscritti a mano e via, sui treni per lasciarli alla gente. Mi dico: quando il libro sarà uscito comincerò a regalarne alcune copie alle ragazze più belle. Ci metterò anche una rosa in mezzo, sempre per le ragazze più belle. In realtà questo è accaduto solo due o tre volte, perché tra il dire e il fare… In ogni modo, per alcuni mesi il sabato e la domenica li ho trascorsi sul treno. Avanti e indietro. Su e giù verso la riviera, verso Milano, verso Firenze: un bel modo di passare l’autunno. Per fortuna Bologna è un buon nodo, tutte le rotaie s'inceppano lì. Mille bigliettini, tremila, diecimila ad ottobre quando il libro era ancora un file sul pc. Dopo la pubblicazione (inizio 2008), ho cominciato ad allegare una piccola riproduzione in bianco e nero della copertina, per i più simpatici a colori, ma dovevano essere veramente loquaci e raccontarmi la storia del loro viaggio. Le cose più importanti, infatti, sono le storie che la gente ti racconta. Sempre e comunque. Ci mescoli le tue e alla fine non si riconosce più questo e quello e resta un bel miscuglio d’incontri e suoni, come un tramonto. Quali storie cerco, mentre regalo i pezzetti del mio libro e le mie poesie? Quelle del treno, ovviamente. Così negli ultimi mesi mi viene l'idea: Dai pane all'autore. Dove stavi andando?. Allego la frase alle parole del mio libro, metto indirizzo mail e sito. Le storie più belle saranno semi letterari. Proviamo, l’importante è far girare le parole, e grazie ai treni le parole del mio romanzo hanno girato l'Italia. Mi sono arrivate in cambio storie incredibili: per dire che non sai mai che cosa uno stia andando a fare in treno. La migliore è la storia di un ragazzo di Rimini che veniva a Bologna a costituirsi. Un giorno le scrivo tutte, promesso. Tra un treno e l'altro, quando ancora il mio libro non era stato pubblicato, conosco Christian Carlino “DeLord”, che allora era “DeLord” da poco. Musicista eccentrico, mi fece sentire i suoi pezzi al piano, stava preparando il suo primo CD. “Cazzo, molto bravo”, dico fra me e me, e tra un mojito e l'altro cominciamo a pensare a come fare incontrare, e soprattutto dialogare fra loro, artisti che operino su sponde diverse. Ci piaceva l'idea di un progetto che raggruppasse scrittori, musicisti, grafici... un crogiolo di idee ed una finestra aperta per farsi conoscere. È nato così lo spazio AKKULTURATI, sulle cui pagine on_line viaggiano le immagini, i suoni e le parole di artisti di tutt'Italia. È stata una bella scommessa, anche se non molto originale, visto le migliaia di siti internet simili che si possono trovare sul web. Nel nostro caso, tuttavia, penso che sia stato anche il treno a fare la differenza. Dall'inizio dell'anno, insieme ai frammenti del mio romanzo ho cominciato a lasciare sui treni le info del progetto AKKULTURATI. “Scrivi? Suoni? Fai fotografie? Vuoi uno spazio per parlare del tuo mondo e ascoltare gli altri? Entra nel gruppo, ecco il sito, ecco i contatti”. Attualmente il nostro sito riceve una media di mille contatti al giorno. Successone. Non solo. Per aiutare e soprattutto evitare cantonate ai giovani autori esordienti, ho aperto su Akkulturati lo sportello “Help Esordienti”, con tanti consigli per pubblicare un libro senza farsi fregare, insieme ad un elenco di case editrici testate e garantite. Ricevo diverse mail ogni giorno di tante persone col manoscritto nel cassetto. Mi raccontano storie bizzarre, mi mandano copie dei contratti proposti dagli editori, mi chiedono pareri sui loro testi. Insomma, quello che era uno sportello è diventato in fretta una bella attività di consulenza, ovviamente gratuita. Ancora più bello è leggere, nelle mail, “Ciao, ho trovato il volantino con gli estratti del tuo libro sul treno per Venezia”, “per Bolzano”, “per Roma”... Da un po' anche Christian “DeLord”, attualmente tastierista dei DNR, sale sul treno con me. Ha terminato il primo CD da solista, “Infiniti pensieri prima di...”, ne ha fatte diverse copie che lasciamo sempre ai più simpatici o alle più carine, insieme ai miei testi. E il treno sta portando bene ad entrambi, guardando tutte le date che Christian ha messo insieme per andare a suonare o i contatti raccolti da AKKULTURATI. Tra l'altro, tanto per tornare alle rose in mezzo al libro, lui dopo ogni concerto regala una rosa ad ogni ragazza. Per quanto mi riguarda, in quattro mesi la prima edizione del mio libro è andata esaurita e siamo alla seconda. Così, quasi per scaramanzia, ho deciso di non lasciare cuccetta e convoglio, e il mio secondo romanzo sarà in parte ambientato proprio sui treni. Per pensarlo mi sono regalato alcuni fine settimana di solo treno, dove non si scende mai, a rivedere le stazioni in cui si muovono i personaggi: Parigi, Barcellona, Amsterdam... Tanto per raccontarvi un amore fatto di gente che dorme e legge, di luci sul mare nella notte, di zaino e corse al volo per non perdere la coincidenza. Un viaggiare “slow” per raccogliere storie, dove la meta fa scappare da ridere e l'importante è il viaggio.
Riferimenti:
CONTATTO:
May 25 I luoghi più belli...L’altra sera mi chiedevano quali fossero i luoghi più belli che io abbia mai visto. Cazzo, sapete che la domanda è veramente facile? Nel senso che poche volte mi è capitato, viaggiando, di trovarmi di fronte a qualcosa e di non capacitarmi di quanto fosse bello. Come se parlasse, come se fosse uno spiffero aperto verso un “oltre” chiaramente indefinito ma presente. Il sentimento, allora, è sempre quello: non mi capacito, mi chiedo: “Come fa ad esistere un luogo così bello?” e non ci salto fuori, ci torno, ci penso spesso, lo modifico coi ricordi, una pazzia. Il primo posto che non mi capacito è il più scontato, la Norvegia quando è coperta dal sole di mezzanotte. Perché è strano: è comunque notte, solo che il sole scalda la pelle e illumina il cielo. E qui ripenso alla Lapponia silenziosa delle due dopo mezzanotte senza auto sulle strade, i bar chiusi, gli uffici chiusi, il vento, i laghi di cobalto senza barche. E noi che andavamo a fare trekking sin sulla neve e verso le quattro a dire: “Cazzo, bisogna che proviamo ad andare a dormire, se no qui si muore”. Poi sono arrivate le isole Lofoten. Dal mare sembrano denti verdi che si alzano a pelo d’acqua. Verdi e senza’alberi, coperte di laghi e case rosse, hanno un mare azzurro su cui cadono le cascate della neve che si scioglie, cento metri più sopra. Giravamo in bici di notte da Reine a Moskenes, nessun auto, nessuna persona, deserto dorato di una luce innaturale e silenziosa. Altro luogo analogo, molto meno scontato, il deserto della Caatinga, nel Nord Est brasiliano. E’ un deserto veramente incazzato e immobile, senza racconti, senza oasi, una distesa di spine grigie e polvere e serpenti per mille chilometri. Migliaia di ossa dappertutto. Tutte queste spine, nell’aria, fanno un fruscio continuo che intontisce. Di notte si ferma tutto e gli animali si risvegliano in un buio esagerato. Lì ti trovi sulla testa uno di quei cieli da Ave Maria e chi c’è, c’è, mentre le montagne scuriscono e le poche pozze d’acqua riflettono le stelle. Volete arrivarci? Ok. Prendete un volo per Recife. Da qui un volo per la torrida città di Teresina con scalo a Fortaleza. Da qui scendete con comode sei ore di autobus fino all’ultimo paese. Siete al confine nord di Caatinga. Da adesso ci vuole una bella jeep guidata da qualche amico del posto per arrivare dentro. E’ questo il problema… Caatinga non è una meta… non ci va nessuno… e in pratica non c’è nulla di spettacolare da vedere, bisogna solo starci un po’. Quegli otto giorni lì restano indimenticabili.
Un altro momento speciale è la salita al vulcano di quest’estate, in Guatemala. Siamo arrivati sino al bordo della colata, a pochi metri, mentre più in alto il cratere eruttava. Quando è arrivata la notte, per fortuna limpida e con una bella luna, siamo scesi a piedi camminando sulle vecchie colate. Sotto di noi le luci di Città del Guatemala, che sembrava un grosso fiore bianco, e di fronte a noi la mole di altri due vulcani. Un prodigio della natura.
Ci sono anche suoni particolari e odori che mi prendono e mi fanno pensare via. Tra i suoni, la pioggia a San Cristobal. Sulla pioggia a San Cristobal sto scrivendo un mezzo romanzo, quindi tanto non voglio anticipare, se non che quest’estate ci ritorno e spero che piova! Un luogo immaginario coperto di colore e nebbia, umido, che risuona tutto sotto l’acqua. Questo mi è sembrata la capitale del Chiapas… ci sono mille libri su San Cristobal e anche una canzone dei Modena City Ramblers, non penso di riuscire a dire, in poche righe, molto di nuovo.
Sapete che a San Paolo, in Brasile, le periferie risuonano della “musica del gas” alla mattina? Non è un nome vero, lo chiamo io così. Passano dei furgoncini per caricare le bombole esaurite e dare quelle nuove, fino a qui niente di strano. Per avvisare la gente del passaggio, però, i camioncini hanno un piccolo altoparlante da cui esce un’inconfondibile suono di flauto, ritmico e dolce, in modo da essere indistinguibile senza disturbare. L’ultima volta che sono stato a San Paolo, una mattina, mi ero dimenticato di questo dettaglio, ed ero sveglio. Ho sentito passare la “musica del gas” e… bo? Mi veniva da piangere, anche perché non saprei come sentirla diversamente. Poi gli odori che riportano alle grandi città sudamericane. In periferia c’è un odore tipico, fatto di smog mescolato a umido mescolato a cibo e polvere. Detto così… Lo trovi in tutte: Managua, Tegucigalpa, San Paolo, Rio… Quest’estate, che dormivo in centro a Panamà City non l’ho sentito. Quindi è tipico della periferia. L’altro giorno era piovuto, e uscendo di casa faccio per andare in macchina quando no!, le giuste congiunzioni (smog, umidità, la tipa del piano di sopra che aveva fatto in cucina una qualche porcheria) e track. Blocco. Mi fermo sul gradino e respiro la miscela e rivedo in un momento molte cose. Ho chiamato mio padre e gli ho detto: questo è l’odore che si sente quando… ma lui non sentiva niente. Forse mi sono inventato tutto. May 04 La solita ignota - FinePrese il coltello sporco di verdura e glielo infilò nell’ombelico, come si spacca una pesca. Lei trasalì e alzò gli occhi verso di lui, dimenandosi. La musica continuava, e significava che la salvezza restava un miraggio anche per le reliquie della Venerabile, nella grande cattedrale barocca coperta d’oro. L’oro diceva porcherie, dispensando lodi come un sovrano di luce. Lei si bloccò all’istante, e lui colse la vita del prodigio che sgattaiolava via, la dolcezza smorzarsi con il sangue che gli navigava sui piedi e sulle gambe. La tenne a sé mentre sfilava il coltello e di nuovo lo conficcò all’altezza della gola, da parte a parte, e lo sguardo della dolcissima che impagliava gli animali si frantumò senza battiti, poi si ricompose perfetto. Cadde con un tonfo, accasciandosi. Neanche un grido. L'angelo messaggero fuggì dal camino. Era morta troppo in fretta. Poteva essere così veloce la morte? Non aveva visto nemmeno il suo corpo, non l’aveva ascoltata. La pozza sanguigna era enorme, e alla luce della lampada il colore era ancora più disperato, nero quanto una notte liquefatta sul pavimento. Gettò il coltello sul tavolo e strisciò lungo le tovaglie. Erano tovaglie di cuoio che lui non aveva. Belle, costose. Si chinò accanto a lei e disse: «Padre nostro, che sei nei cieli…» Le sfilò il vestito leggero, zuppo e appesantito. Era inutile il vestito dei morti. Aveva un corpo color del legno chiaro, e nella stanza dava calore e sospendeva il tempo e i pensieri. Lo baciò sfiorando il mistero del sangue, e il sangue eccitava Arcadio. «Venga il tuo Regno e la mia salvezza…» era sincero in questo. Era sincera tutta la preghiera. Il corpo nudo era morto mentre si preparava all’amore. La grande ferita partiva irregolare dal centro dell’addome sino alle costole. Arcadio la continuò a baciare; arrivato alla fossa del sangue, la allargò e vide ciò che gli uomini contengono, lui che ben conosceva, per il suo lavoro, quello che contengono gli animali. I meccanismi della vita gli apparvero con un tempo proprio: difficile cogliere dove si fosse fermato. Ma lasciò ogni cosa al suo posto, e riavvicinò i bordi della ferita. «Dacci oggi il nostro pane…» e vide il pane sulla tavola, e il formaggio e le salsicce che fissavano le travi. Sotto le travi dormiva in eterno un nido di rondini che risaliva a quando la casa era un fienile. La notte successiva, un’altra vita sarebbe scesa su di lui. Istantanea, sino al sorgere del sole, con la sua terra fra i piedi, con occhi stranieri, una bracciante, un’ostetrica, una pittrice, una donna della scienza. Per lei Arcadio sarebbe stato l’amato. Si asciugò la fronte, madida e sporca. Pensando ai poveri compaesani che da tre mesi erano in lotta per alzare una statua, gli veniva da ridere, anche se non era cosa divertente ridere delle imprese altrui. Pulì il bordo del coltello con il lato asciutto del vestito e si fece indietro, sedendosi. Nelle orecchie aveva la preghiera della vedova Sereni quando dice il rosario fra una burrasca d’acqua. Aveva capelli come mazzi di felci. Tagliò il pane e prese la salsiccia, allargandone le due parti aperte. Mise una listarella di formaggio al centro, e intanto perse tempo a sentire che il mondo era minuscolo. Mangiò tranquillo, contemplando il massacro. Desiderava la pioggia. Se fosse giunta dal cielo, se fosse stata la volontà di Dio, sarebbe uscito di casa verso il monastero di Cordoba, per parlare con i figli della vedova Sereni e averne quel po’ di conforto. Andò alla finestra con pane e companatico fra le mani. Le stelle erano migliaia e si riproducevano, ripetendo il proprio percorso. Il giorno avrebbe illuminato la notte verso la Sierra Grande. La luce scese del tutto e Arcadio si perse nel buio. Era solo aria che si chiudeva in se stessa, aria e preghiera. Bisognava addolcire la notte. Il passito. Il passito di Esteban. Tornò accanto a lei che si vedeva già meno e raccolse la bottiglia già aperta. Due sorsi. Un altro. Il formaggio sapido, piccante, che svegliava la gola, s’impastava col vino in un sapore speziato, di miele forte. Sì, sarebbe andato sull’isola del vino passito. Avrebbe chiesto ad Esteban. Avrebbe scommesso con lui per cercare di vincergli il nome del luogo, se non glielo avesse detto con le buone. Arcadio pianse senza accorgersene alla fine della sua preghiera. Piangeva, e durante i singhiozzi sputava pezzetti di formaggio sul pavimento e sul letto. Vedendoli, si chiese se il giorno dopo sarebbero rimasti a fargli compagnia.
Fine Cap. 1 del Romanzo in preparazione. ©DevisBellucci2008 – Opera Depositata a Norma di Legge. April 20 La solita ignota - sesta parte «Che fai?» domandò lei con dolcezza. E quello che avrebbe fatto andava bene.
Le corse sulle ginocchia e l'accarezzò sin dove poteva. Sentì il desiderio di farla finita viziato dalla bramosia d'iniziare. Il tutto aveva un sapore di latta. Sei vera? Chi è il tuo uomo, stasera? Le mise la mano fra le gambe. Lei si piegò a terra, nel suo sottoveste bianco senza particolari. Avevano entrambi i colori della fiamma. Lontano si chiuse una finestra, poi un'altra. Ecco: in quel momento la vedova Sereni aveva smesso di guardare le colline. Il suo animo di nuovo rotolò scattante sotto la tavola, e si fermò ai piedi dell'armadio aperto. «Dobbiamo mangiare, amore… Non mangiamo?» continuò a chiedere la ragazza, ma andava bene anche così. Che angoscia. Cacciamo l'angoscia fuori dalla finestra, gettiamola sull'orto, fra le rape. Sale la melodia lancinante dei rospi alla ferraglia lunare. Arcadio aveva il potere. Poteva fare quello che voleva. Arcadio aveva la scelta, la protezione totale, l'esilio perfetto, la reale libertà. La sua donna era di una bellezza sacra, e aveva capelli mogano raccolti in una coda di cavallo. Certe volte avrebbe voluto legarsi al collo la macina di un mulino, anzi un intero mulino, e gettarsi oltre le colonne d'Ercole, perché non comprendeva come avrebbe potuto salvarsi. «Che lavoro fai?», chiese d'un fiato. Lei si ritrasse titubante, ma tenne le sue mani presso di lui. Vacillò la candela prima di smorzarsi con un gridolino. Furono ancora più soli. «Come… Che dici?». Si spense il suo sorriso di fronte allo sguardo ferreo di lui. «Perché mi chiedi questo?». Formaggio e pane e salsicce dominavano il tavolo, chiedendo un po' di riconoscenza. Avrebbe potuto sfiorarle le dita e con lei disporre i due piatti sulle tovaglie, per mangiare insieme ciò che era stato preparato. Avrebbe potuto lavare il suo corpo. Lasciarsi lavare. Distenderla e vedere le loro anime che si moltiplicano sotto la finestra, sulle lenzuola di lino, o anche sul legno della soffitta, accanto al vecchio pianoforte che prima dell'alba aveva amato suonare. Mancavano un paio di corde, ma pazienza. Tanto i suoni non avrebbero avuto il pregio di alcuna memoria. Una memoria per nessuno. «Dimmelo», e strinse gli occhi. Si sarebbe aspettato qualsiasi cosa. Era una domanda così, per fare concreta la propria libertà. Ma la risposta fu una mina che detonava oltre ogni aspettativa. «Impaglio animali, amore. Perché mi chiedi questo?». Due passi indietro. Brividi in ogni frammento del corpo. Il corpo fremente come una nidiata di scorpioni. «Tu impagli animali?». «Sì… Ma che domande fai?». Sentì l'odore acido degli unguenti da mummie sulla sua mano destra. Ad Arcadio si girarono gli occhi. Vide cornacchie ferme sul camino. Una volpetta che piangeva. Un uccello dal ventre giallo. Tirò la ragazza a sé e la baciò conficcandole la bocca in gola. Con entrambe le mani trattenne per lunghi minuti la sua nuca legata alla propria, fiaccando i respiri, rubandole l'aria, e comprendeva quanto avesse un reale sapore il suo percepire. Andava nella mente la musica ondulata dei cavalli, quelli che cicalano sulla strada principale.
Allungò la mano libera sul tavolo.
©DevisBellucci2008 – Opera Depositata a Norma di Legge. April 14 Una follia, ma datemi una mano a divulgarla!Ciao, interrompo un attimo le puntate del racconto per pubblicare il post che segue. Siete tutti fermamente invitati a darmi una mano a divulgare l'iniziativa, copiando il post nei vostri blog e inviandolo via mail a chi desiderate. Vediamo se qualcuno ci sta! A presto, Devis
Giro del mondo per la Pace, la Conoscenza e la Solidarietà
Oggetto
Devis Bellucci, scrittore modenese trentenne, cerca numero due compagni/e di viaggio per la missione di seguito sommariamente descritta:
Giro del mondo per la Pace, la Conoscenza e la Solidarietà
Verranno visitati un numero indicativo di 30 (trenta) progetti di sostegno sociale e missione dislocati in America Latina, Africa e Asia. Si soggiornerà svolgendo attività di volontariato (la tipologia dipenderà dal progetto in questione) per un tempo variabile da pochi giorni a due/tre settimane. I progetti faranno riferimento a diverse ONLUS e ONG italiane ed internazionali. Tra un progetto e l’altro ci si muoverà “on the road” a seconda della disponibilità dei mezzi locali (treni, autobus, autostop etc…) cercando di favorire il trasporto via terra o via nave. Gli spostamenti tra un progetto e l’altro avranno durata non prevedibile e le tappe verranno concordate da tutto l’equipaggio in amicizia e secondo i desideri reciproci.
Finalità
Conoscenza e Solidarietà. Scopo principale è sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione e sull’attività nei progetti visitati col fine, ovviamente, di raccogliere fondi per gli stessi e per le associazioni che li coordinano. In tal senso verrà realizzato un blog in cui dall’Italia si potrà seguire il viaggio. Si terranno contatti coi giornali e con i mezzi d’informazione. In più, col materiale raccolto durante l’esperienza, Bellucci ha in progetto un libro sullo sfruttamento del lavoro e un romanzo. Se ci sono altri scrittori o fotografi sono ben accetti.
Programma di Viaggio
Vista la peculiarità dell’esperienza, il programma verrà steso strada facendo in base ai progetti sociali identificati. Salvo variazioni, è prevedibile una prima tappa a Buenos Aires con biglietto di sola andata, da qui via terra verso Santiago del Cile con passaggio delle Ande, discesa verso la Patagonia e risalita sino a San Paolo del Brasile. Oltre San Paolo è tutto da definire. Almeno due mesi saranno dedicati all’India e quattro mesi all’Africa.
Partenza
Inizio 2009.
Durata
Non Definita. E’ prevedibile almeno un anno.
Costi
Non prevedibili e comunque a carico dei partecipanti. Durante tutto il viaggio le sistemazioni saranno sempre spartane. Nei periodi di sosta nelle missioni, tipicamente, si lascerà un’offerta per il vitto e l’alloggio, in modo da non pesare in alcun modo sull’economia del progetto. Gli spostamenti aerei verranno ridotti al minimo. I partecipanti dovranno munirsi di patente di guida internazionale.
Si offre
Un’esperienza unica sia da un punto di vista umano che culturale. La possibilità di imparare sul campo almeno tre lingue (Spagnolo, Inglese e Portoghese) nonché il lessico minimo di diversi dialetti. Sono previste altresì diverse soste presso alcune comunità indio ed un periodo in Amazzonia. L’opportunità di comprendere meglio le radici della povertà del Sud del Mondo. La possibilità d’imparare a suonare almeno uno strumento e a ballare almeno una danza. Il rischio concreto di fare ritorno come degli alienati, con buona opportunità per un posto di lavoro in un’agenzia di viaggi. Molto altro ancora.
ATTENZIONE: SI RICHIEDE
Curiosità e ampie vedute, o almeno desiderio di ampliarle. Disponibilità e accoglienza. Attitudine alla comunicazione interculturale. Allegria e ottimismo. Libertà da vincoli tali da compromettere la serenità durante il viaggio. Adattamento personale alle avverse condizioni ambientali, politiche, sociali, meteorologiche. E’ bene che chi partecipa a quest’esperienza sappia di lasciare a casa qualcosa d’importante e non la viva come una fuga. Età compresa tra i 22 e i 34 anni con esperienza minima di viaggio e di campeggio. Ottima salute fisica. Ovviamente è necessario amare le lunghe passeggiate senza meta, il treno, l’autobus. E’ ammessa la paura dell’aereo e il mal di mare. Nessun desiderio di cambiare il mondo né di migliorarlo. Una ragionevole dose di timore e di dubbio.
Il candidato/a ideale si riconosce nei frammenti di Neruda “[…] Lentamente muore chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, Lentamente muore e nel testo di Borges “Istanti” che tutti sono invitati a leggere. Come proporre la propria candidatura Chi intende proporre la propria candidatura dovrà inviare una lettera motivazionale all’indirizzo mail viaggio@devisbellucci.it entro il 30 settembre 2008. Nella lettera, che non avrà limiti di lunghezza, il candidato/a racconterà in maniera informale gli intenti e le motivazioni che lo spingono a partecipare a quest’esperienza. Non allegare alcun curriculum o foto, indirizzi o recapiti se non l’indirizzo mail a cui inviare eventualmente risposta. Non stare a specificare le lingue conosciute, l’esperienza da boy scout o paracadutista, il brevetto da pilota, gli obblighi militari assolti e così via. Lo stesso autore, promotore del viaggio, non possiede nessuna fra queste caratteristiche, parla solo l’Inglese e un po’ di Portoghese e stop. Solo le mail ritenute interessanti riceveranno risposta da parte del promotore. Il presente “bando”, che ha carattere ovviamente informale, si ritiene esteso a soggetti di entrambi i sessi. Ringraziamo sin d’ora chi farà circolare la presente mail fra i propri contatti. Siti di riferimento: www.devisbellucci.it
April 08 La solita ignota - quinta parteDi nuovo fece scorrere il succo nel bicchiere, il succo aspro di un paio d’arance, e lo zucchero aromatizzato alla liquirizia, bruno e grezzo, del colore di terra caramellata. Il primo sorso riportava sempre alla realtà e dava spessore al tempo. Era l’Introduzione. Ora erano perduti anche i segni dei baci sulla lingua, quel poco di umore che poteva sfuggire alla melodia purificatrice del miracolo. Dolce e inquieto il prodigio della notte. Amaro e solitario il prodigio del mattino. Entrambi folli, peggio della mente torpida della Gilda, che sarebbe tornata all’indomani con una carota, una coppia di teste d’aglio, un cespo di lattuga… Succo di frutta e patate lessate, quelle che aveva cotto il giorno prima. Sale sulle patate insipide che richiamavano la superficie lunare per sapore. Fettine regolari spalmate di burro, ed il burro era già molliccio per la temperatura neonata eppur già minacciosa. Poi si ricordò che forse era il caso di avviarsi al lavoro, verso la macelleria. E vide i suoi abiti piegati sulla sedia. Andavano indossati, perché il corpo era nudo.
Le urla dei cani lo ricondussero al presente. Erano i cani che corrono all'incontrario, usati per le gare del martedì. Il Dottor Trigorio stava preparandogli il pappone. Arcadio fece un paio di passi verso la tavola quando un uomo sputò alla sue spalle, nella strada, con un rumore di lamiera che frigge. Una, due volte. E mentre quel rumore gli prendeva lo stomaco, le braccia della donna si materializzarono da dietro, nello spazio fra lui e la porta, e vide le mani che s’intrecciavano sul suo addome. «Bentornato, mio angelo del cielo». Lì sentì che il più era fatto. Iniziò a distendere i suoi muscoli e la pelle, che se ne stava stiracchiata dentro i calzoni tirandosi dietro tutti i peli. Si sentiva bruciare, esplodere. Delicatamente si girò verso di lei. Era scura di viso, col sorriso prezioso che le fioriva fra le labbra e gli occhi nei suoi. «Grazie». Non bastava. «Grazie amore mio». Ora andava meglio. Le loro bocche si unirono in un solo fiato, e le stelle si moltiplicarono nei loro occhi. Era bella. «Come sei bella». Ecco la sua donna; sapeva di buono. Era la sua condanna. Sapeva di buono. Arcadio l'avrebbe baciata come un drago, portandole via l'aria. Poi sarebbe corso lungo la strada. C'è un viottolo a sinistra. Sale ripido fra le palme fino al municipio. La baciò ancora. C'era un dolce sulla mensola, una crostata. La dolcezza unica d’ogni incontro permeava il pavimento, il cotto, il chiavistello della porta ed ogni pieguzza attorno a loro, come sempre, come le altre volte. «E' per domenica, amore. Abbiamo a pranzo il Dottor Trigorio. Ti ricordi, vero?». No. «Certo». Aveva imparato in fretta come le donne amino zucchero e baci, più che domande, soprattutto di notte. Questo era una fortuna, o almeno rendeva le cose più semplici. Arcadio non fece altro che mettere le mani giunte fra i suoi capelli, come se pregasse, e accarezzarla sorridendo. «E' una crostata di fichi. Va bene la crostata di fichi?» chiese lei. Nuovamente una ventata di ferro lo graffiò sul corpo. Arcadio era allergico ai fichi. Un veleno. Da bambino gli si gonfiò la gola a dismisura, una volta che ne aveva mangiati alcuni, e sua madre correva per casa raccomandandosi ai santi. Fortunatamente il signor Timoteo, il farmacista, arrivò in pigiama con un unguento che si dimostrò salvifico. Quei fichi erano rubati, visto che Arcadio li aveva staccati dalla pianta del vicino. Per molto tempo continuò a credere che la morte scampata fosse stata una punizione di Dio per aver trasgredito ad uno dei santi comandamenti. «Va bene la crostata?». «E' perfetta». La feroce serenità lavava dalla spiaggia l’angoscia dei minuti addietro. Il corpo di Arcadio si ridestò d’istante, incendiandosi e sciogliendo via la cera che si portava addosso. Lei aveva una dolcezza disarmante che andava dalle spalle fini sin sulla fronte levigata. Lo attirò da subito con magnetica alchimia, come il sole tiene a sé i propri pianeti.
[…] Continua
©DevisBellucci2008 – Opera Depositata a Norma di Legge.
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